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Paolo Pombeni, Sinistre – Un secolo di divisioni (2021)

ByCampo Roberto

Mar 17, 2021

Paolo Pombeni, Sinistre – Un secolo di divisioni (2021)

È un bel libro, fatto bene, scritto bene, pieno di cose. Utile per come riassume le vicende più importanti di un secolo di storia; efficace nelle descrizioni dei passaggi più importanti; preciso nei giudizi. Purtroppo per me, però, non ne condivido la tesi principale. L’idea che riformismo e massimalismo siano polarità entro cui hanno oscillano tutti i partiti di sinistra, per cui non ci sono rivoluzionari e rifomisti, ma solo comportamenti massimalisti o riformisti. Intanto, non mi pare che si possano dire le stesse cose di tutti i diversi casi nazionali. Come anche Pombeni ammette, in Italia il distacco tra socialisti e comunisti, e dentro il Partito Socialista tra riformisti e ala sinistra, sono stati più faticosi e lenti, e l’intreccio più persistente. In Germania, di contro, si sono avuti i due momenti più incisivi di definizione della dicotomia, con Bernstein prima e con il Congresso della SPD di Bad Godesberg del 1959 poi. Soprattutto, mi sembra che a fianco alle pratiche riformiste o massimaliste vadano considerate le identità riformiste o massimaliste e le diverse manifestazioni e consapevolezze di esse. Il fatto che il riformismo si sia definito nel corso del tempo, e che la distinzione tra rifomisti e rivoluzionari sia stata dapprima quella sui mezzi, e solo in un secondo momento quella sui fini, non significa che essa non sia stata operativa e ricca di esempi concreti sin dalle origini. È lo stesso Pombeni a fornirci racconti emblematici di contrasto non episodico tra riformisti e rivoluzionari. Ancora di più ne avrebbe potuti presentare se non avesse trascurato il sindacato. C’è pochissimo sul sindacato del dopoguerra ed è del tutto ignorato quello di prima del fascismo. Gli sarebbe stata utile, per esempio, l’esperienza dei sindacalisti che edificarono le leghe di resistenza, le federazioni di mestiere e la CGdL: quelli distinguevano, eccome, tra riformisti e no, ed erano molto consapevoli delle differenze tra le due culture. Si veda ad esempio la netta contrapposizione, politica e sindacale, nel giudizio sulla svolta di Giolitti del 1900-1901. Anche sul piano politico, la divaricazione tra Turati e Gramsci su Giolitti fu chiarissima e forte. Tenere presenti sia le pratiche sia le identità è particolarmente utile quando esaminiamo casi complessi come quello del PCI, che presenta situazioni contraddittorie: alcune pratiche riformiste, per esempio, soprattutto a livello municipale, e però il netto e reiterato rifiuto di identità riformiste, socialdemocratiche, ancora negli anni Ottanta, a ridosso del crollo del comunismo sovietico, fino alla fine. È curioso che la distinzione tra riformisti e massimalisti, che Pombeni vorrebbe sfumare quando si parla del passato, venga invece dall’autore proposta con forza per il futuro, contrassegnato dalla sfida – scrive Pombeni – tra nuovi massimalismi che propugnano sconvolgimenti radicali e chi ritiene che si debba ritornare alla cultura di un sano riformismo, costruendo soluzioni anziché sognare palingenesi. Giusto. Ma vale anche per il passato.

Ciò detto, il libro è comunque tra i migliori contributi usciti per il centenario della scissione comunista. Prima dell’adozione da parte della III Internazionale della linea politica contro il socialfascismo, già il partito italiano si muoveva in quella direzione, come testimonia la relazione di Gramsci al Comitato Centrale del 13 agosto 1924, in cui afferma testualmente “la nostra volontà di abbattere non solo il fascismo di Mussolini e Farinacci, ma anche il semifascismo di Amendola, Sturzo, Turati”. Tutto ciò a due mesi dall’assassinio di Matteotti, e a quasi due anni dalla Marcia su Roma. Pombeni ricorda poi i tentativi di Angelo Tasca al Congresso di Lione del 1926 di rivedere le tesi sulla natura reazionaria della socialdemocrazia, respinti da Gramsci e Scoccimarro. Ancora nel 1929, Togliatti ribadiva che “la classe operaia non può andare avanti se non passando sul corpo della socialdemocrazia”, e ancora nel 1934 vedeva in Giustizia e Libertà solo dei fascisti dissidenti. La posizione dell’Internazionale, com’è noto, cominciò a cambiare dal 1935.

Tra i tanti spunti che il libro propone, ne segnalo alcuni, sfogliandolo. Le difficoltà del PCI con la modernizzazione (dall’ostilità al diffondersi della televisione all’austerità berlingueriana). La mancata Bad Godesberg del PSI (e della sinistra italiana tutta). Il centrosinistra che avrebbe dovuto rappresentare la rivincita del riformismo e fu invece l’avvio di una nuova stagione di massimalismo. La rivendicazione di Berlinguer dell’eredità del leninismo (“La verità è che ci si vorrebbe sentir dire: ci siamo sbagliati a nascere, evviva la socialdemocrazia”). La stupida trasformazione della Costituzione in materia del contendere (Dossetti finisce con rilanciare il massimalismo di sinistra, però Dossetti non diceva che la Costituzione era intoccabile …). Lo scontro angeli-demoni al tempo di Berlusconi. Prodi e il riformismo che non rigetta il massimalismo. D’Alema che provò a praticare una linea decisamente socialdemocratica (subendo di conseguenza un moto di avversione). Il PCI prima, il PD poi, si sono andati caratterizzando come partito radicale di massa, i diritti individuali sugli scudi (con tutta la possibile declinazione di ogni diritto di nicchia trasformato in pilastro della civiltà). Quanto alla frattura tra garantiti e non garantiti, “la sinistra sosteneva di battersi per rendere universali quelli che aveva definito come “diritti” ma senza porsi il problema della loro sostenibilità.” Altro filone che dal PCI arriva al PD: il moralismo. Ma – scrive Pombeni – la sinistra “non tenne conto che quell’approccio poteva esserle facilmente espropriato da personaggi spregiudicati”.

Infine, il Partito Democratico. “Sin dall’inizio fu evidente” – scrive Pombeni – “che il sogno di creare un “partito della nazione” tale sarebbe restato”. “Veltroni provò a testare la possibilità che il nuovo partito potesse affermare quella che aveva definito una “vocazione maggioritaria”, indubbiamente essenziale se si voleva essere il partito della nazione. Vittima di una storia da cui la sinistra non riusciva a liberarsi, accettò alla fine di coalizzarsi con il partitello di Antonio Di Pietro, che si riteneva ancora l’incarnazione, per quanto incartapecorita, del neogiacobinismo giudiziario”. Poi toccò a Bersani. “Il PD con la segreteria Bersani” – scrive Pombeni – “tornava nell’alveo più o meno del vecchio PCI-PDS e il riformismo di altra tradizione non ci si trovava più a proprio agio”.  Di Renzi segretario PD Pombeni evidenzia l’idea di verniciare il riformismo con tinte massimaliste. Molto condivisibile, a mio giudizio, quanto Pombeni scrive sul referendum costituzionale del 4 dicembre 2016: “Certamente il testo predisposto sotto la direzione della Boschi non era un capolavoro di letteratura costituzionale (…), ma ove fosse stato approvato avrebbe dato modo di lavorare (…) a norme applicative che potevano concorrere a migliorarlo, avviando una stagione costituzionale che concorresse a stabilizzare la crisi politica”. Segue sacrosanta stilettata: “Naturalmente si rivelò del tutto supponente l’argomentazione di vari oppositori della riforma, secondo cui, una volta cancellata la riforma Renzi-Boschi, “in sei mesi” – come dissero i più esagitati – se ne sarebbe varata una molto migliore”. Ma naturalmente Renzi contribuì molto all’esito negativo del referendum: “la scelta di Renzi di trasformare il referendum in una occasione per testare la sua leadership fu un grave errore”. Purtroppo, Pombeni non scrive nulla sullo scontro voluto da Renzi con il sindacato, non su qualche specifica questione di merito, ma per ridimensionarne il ruolo a prescindere (per realizzare una disintermediazione, riducendo il ruolo delle cosiddette parti sociali). Il libro si chiude con lo sconvolgimento della geografia politica italiana reso evidente dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

Roberto Campo

Campo Roberto

Presidente dell'Istituto Studi Sindacali Italo Viglianesi

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