• Gio. Feb 25th, 2021

Discorso di Filippo Turati in occasione della scissione comunista del Partito Socialista (1921)

Discorso di Filippo Turati in occasione della scissione comunista del Partito Socialista (1921)

Il 21 gennaio del 2021 cadrà il centenario della nascita del Partito comunista italiano. Essa avvenne a Livorno, dove tra il 15 e il 21 gennaio del 1921, si svolse XVII congresso nazionale del Partito socialista italiano. La frazione comunista, guidata da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, decise di staccarsi dal resto del Psi, per fondare il nuovo partito. Tra le molte scissioni che hanno caratterizzato la storia socialista, questa risulterà di certo quella più gravida di conseguenze, perché ne nacque un partito che ha segnato profondamente la storia del nostro paese, condizionando (o se si preferisce, egemonizzando) a lungo anche la vita del Psi, che dal 1948 in poi, perse la sua funzione di partito guida del movimento operaio. Non fu affatto una scissione tra riformisti e massimalisti. Il Psi era da tempo un partito dominato dalle correnti più estremiste, e dove i riformisti, che a lungo lo avevano guidato, erano ridotti ad esigua minoranza, riuscendo, però, a conservare sempre la guida della CGdL.

Infatti, alla conta dei voti, la mozione socialista massimalista di Baratono-Serrati ottenne 98.028 voti. Quella comunista 52.783, mentre i riformisti ne raccolsero solo 14.695. Come ebbe a scrivere lo storico Giorgio Galli “il congresso di Livorno […] appare un esempio da manuale di un pensiero scientifico (il marxismo) ridotto a uno schema che non permette di cogliere i segni del cambiamento della realtà. Si continua a parlare delle prospettive della rivoluzione italiana, se sia opportuno o meno mutare il nome del partito da «socialista» in «comunista» e se debba o meno essere espulso Turati, mentre il ruolo dei protagonisti sta rapidamente cambiando: gli agrari esultano per il successo del contrattacco fascista, gli imprenditori hanno superato lo sconforto della sconfitta di settembre, lo squadrismo domina la scena dello scontro sociale”[1]. In sostanza, mentre i socialisti si accapigliavano tra metodo gradualistico e rivoluzione, non si avvidero che invece lo scontro ferale era tra democrazia e dittatura. Tra i pochi a rendersi conto della gravità della situazione, furono i riformisti Giacomo Matteotti, Vincenzo Vacirca e Filippo Turati. Proprio a Livorno, Turati, che fu tra i fondatori del partito socialista nel 1892 a Genova, e da tutti riconosciuto come la personalità più eminente del socialismo riformista italiano, pronunciò un discorso che passò alla storia come la “Profezia”. E pur senza rotture ideologiche verso il marxismo, il vecchio leader si scagliò contro quelli che erano, e rimarranno, tra i principali architravi del comunismo: l’uso della violenza, la dittatura del proletariato e la coercizione del dissenso. Qui di seguito riproponiamo integralmente il testo del discorso di Filippo Turati, che riteniamo debba essere un viatico essenziale rispetto alla vicenda del comunismo, così come la storia, e le macerie del Muro di Berlino, ce lo hanno poi consegnato. “La violenza, che per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana”, ebbe a dire. Ma fu inascoltato. Purtroppo, anche nel campo socialista l’eredità del riformismo turatiano fu a lungo respinta, anche “per suggestione nei confronti dell’impostazione comunista, tanto che […] in occasione del 60° anniversario della fondazione del Partito le celebrazioni furono tutte nel nome di Andrea Costa, il quale invece del congresso (fondativo del partito ndr) di Genova del 1892 e delle vicende che immediatamente lo precedettero fu soprattutto spettatore […]”[2]. Si dice che la storia non si fa né con i “se” né con i “ma”. E sarebbe un esercizio ovviamente inutile chiedersi cosa sarebbe stata la sinistra italiana se Turati avesse vinto quel congresso. Ma, non di meno, e anche questa volta senza “se” e senza “ma”, possiamo almeno dire che aveva ragione lui. Ma nessuno, o comunque pochi, gli dettero retta. Rimane intatta ancora oggi la sua lezione contro il massimalismo. Al congresso del Psi di Bologna del 1919 ebbe a dire: “Noi non crediamo nel massimalismo. Per noi semplicemente un massimalismo non esiste e non è mai esistito. Il massimalismo è nullismo; è la corrente reazionaria del socialismo”. Parole non vane in tempi di populismi, come quelli che viviamo.

Raffaele Tedesco

[1] G. Galli, Storia del socialismo italiano da Turati al dopo Craxi, Baldini Castoldi Dalai Editori, Milano, 2007, p. 178.

[2] M. Degli’innocenti, Filippo Turati e il socialismo europeo, Guida Editori, Napoli, 1985, p. 6

La “Profezia”

Filippo Turati

“Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici. A Bologna, un anno fa, in un discorso molto contrastato, che forse ebbe tuttavia qualche conferma dai fatti, io vi pregavo di accogliere le mie parole come un testamento. Io non debbo, senza volere avere la sciocca presunzione, e ridicola, di aggiungere lugubre solennità alle mie parole, poche parole, non debbo e non posso farvi altra dichiarazione oggi. Più che mai, anzi, debbo ringraziare il Partito ed il Congresso che mi ha lasciato in vita, che mi lascia tuttora in vita. È stato un po’ il mio destino d’essere sempre un imputato, davanti a questo o quel tribunale, e quando è un tribunale rivoluzionario, che non vi schianta completamente, che non vi lascia qualche respiro, è un tribunale molto mite, a cui bisogna essere grati. Per ciò io invoco ancora la vostra cortesia, tanto più che le mie parole, siano dette per la frazione cui appartengo, o per fatto personale, o per dichiarazione anticipata di voto, potranno essere assolutamente brevi, più brevi di quelle di tutti gli altri che mi hanno preceduto, se, s’intende, avrete la cortesia di non interrompermi troppo, e non avrete interesse ad interrompermi, specialmente i compagni che desiderano condannarmi. Costoro hanno tutto l’interesse, perché la loro condanna abbia un’apparenza di fondamento, di sentire la mia esposizione, che non abuserà né del loro tempo né urterà volontariamente i loro sentimenti. Lontana da me ogni intenzione, anche se una parola fosse mal detta o male intesa, ogni intenzione urtante od offensiva, e voi, che siete i più bolscevichi di tutti, dovrete ammettere questa confessione alla russa, fatta ad alta voce. Non ho bisogno di molto tempo, né per fatto personale, né per dichiarazione di voto. Non per fatto personale, perché sebbene in un certo senso tutto questo Congresso sia un po’ anche il mio processo – anzi, io dovevo averne uno speciale, fui rimandato dalla Camera di Consiglio a questa Corte di Assise per uno speciale processo che forse l’angustia del tempo soltanto non farà celebrare con tutti i riti – tuttavia io constato che lo stesso Congresso, gli stessi oratori che mi accusano, mi hanno anche un po’ difeso. E poi, consentite questo orgoglio testamentario innocuo: credo che nel profondo dei vostri cuori sentiate che, dopo tutto, la mia difesa personale, più che nelle parole è in me stesso. Ma io non avvilirò, non umilierò, non immiserirò il Congresso con una discussione di piccole minuzie, quali sono appunto i fatti personali. Che io abbia usato in un’occasione o in un’altra una frase più o meno opportuna, che un mio atto, come quello di chiunque altro, possa essere stato qualificato a torto o a ragione – io dico a torto – io rivendico i miei infortuni sul lavoro come una parte della mia sincerità, del mio dovere verso il Partito; ma ad ogni modo, che abbia incappato in un infortunio sul lavoro, tutto ciò non può scompormi molto, tutto ciò prova che ho lavorato! Gli infortuni sul lavoro non avvengono ai critici inerti, a coloro che non si prestano al rude lavoro, essi d’altronde hanno una ben misera importanza per chi non si crei degli idoli, dei feticci personali. Se il nostro Partito è un Partito di classe, se la nostra azione è veramente un’azione di storia, gli errori, fossero pure tali, dei singoli uomini, comunque si chiamino, non possono che scalfirne appena l’epidermide. Amici e compagni, abbattiamo tutti gli idoli, tutte le idolatrie, anche questa idolatria a rovescio che consiste nel sopravalutare gli atti e le parole dei singoli uomini, si chiamino Turati, Serrati, anche Marx o Lenin, come se la forza, la coscienza, l’azione fossero in determinati uomini che potessero tutto compromettere, e non fossero nella vostra grande coscienza, nella forza grande di tutto il Partito socialista. Dunque alla pattumiera tutte le misere quisquilie personali. Leviamoci più alto, al di sopra di queste miserie, e soprattutto degli uomini e delle persone. E neppure varrebbe la pena di un lungo discorso per una dichiarazione anticipata di voto, dopo che nelle parole di tanti altri, di Baldesi, fra gli altri, dello stesso Lazzari – che veramente mi ha trattato un po’ maluccio, tanto non siamo schizzinosi, ma nel cui discorso abbiamo sentito pulsare quel senso di profonda umanità che si direbbe smarrito, inaridito, nei teoremi, nei filosofemi astratti, ideologici dei filosofi nuovi – nelle parole di Vacirca, c’era quanto basta va per la difesa dottrinale nostra, c’era quanto bastava per persuadere quelli che potevano essere persuasi, per farli dubitare, per farli studiare; quanto a quelli che hanno un velo settario nella mente che impedisce loro di dubitare, per questi ormai sono vani i discorsi e lascio che l’evoluzione degli spiriti avvenga da sé. E mi pare che l’evoluzione spontanea degli spiriti avvenga e non vi offendete se dico bene di voi. Sì, io constato, sì, io trovo negli stessi discorsi dei compagni avversari, di quelli che più furono prigionieri di sé stessi, delle loro tesi di ieri, sì, io trovo questa evoluzione rapidamente in cammino. E allora, quale e quanta differenza, compagni – e lo dico a elogio, perché gli immobili, gli statici, coloro che non sanno mutare non sono che dei capita mortui, delle cose morte, non un partito vivo e che avanza – quale e quanta differenza tra l’avventata revisione e proclamazione di Bologna, e i cauti e ponderati discorsi degli stessi estremisti e massimalisti di questo Congresso. Non voglio fare personalità, dico un’impressione generale. Vi parla un compagno avversario: forse non ve ne avvedete, ma voi correte verso di noi con la velocità di un treno lampo! Quando la mentalità della guerra – non è colpa di nessuno – sarà evaporata, quando quella che, con frase felice, Serrati – faccio nomi di persone quando debbo lodarle, unicamente – chiamava la psicologia di guerra, il socialismo dei combattenti, sarà svanito, allora quando l’esperienza, la riflessione avranno fatto scuola e lezione nei cervelli di tutti, io credo fermamente che l’unità, che oggi è tanto dispregiata e combattuta, l’unità del Partito tornerà a trionfare. Ecco in che senso, pur constatando un dissenso che non giova attenuare con foglie di fico compiacenti, che giova analizzare, che giova denudare, perché la critica è la vita del pensiero, anche nei Partiti, ecco perché, pur constatando un dissenso, noi rimaniamo fermamente unitari. Ecco perché io stesso, che passo per essere – sarà giusta o no questa topografia – il più destro dei destri, io stesso mi unisco con tutto il cuore alla mozione votata a Reggio Emilia – che vi sarà presentata qui con la stessa sostanza, mutata solo la forma, per renderla adatta al Congresso – mi vi associo, malgrado certe concezioni, certe transazioni, certe – se vogliamo dirlo – ambiguità che essa sostiene, dovute ad un onesto opportunismo di Partito, dovute al desiderio di venire incontro a tutti i compagni per fare la reale, la leale unità.

Compagni, io non toccherò che due note in questo – ripeto – breve discorso: una nota dottrinale, una nota pratica. Nella dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo. Il comunismo ebbe due sensi – voi tutti lo sapete – nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo – e tutto questo è superato in Germania, come in Italia, come dovunque – oppure si chiamò comunismo in senso ideologico, nella previsione della forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del sistema collettivista: «a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.», sostituiva il concetto più vasto: «a ciascuno secondo i propri bisogni» – prendere nel mucchio, come si diceva sinteticamente – che più che due concetti opposti significavano due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile ad una società in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le ricchezze.

Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un Partito, ma non mi espellerà mai da sé stesso. Perché io ho detto che quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un diritto di anzianità, niente altro, non è un merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo non solo noi lo abbiamo imparato negli anni della giovinezza sui testi sacri – direi quasi – della nostra dottrina, ma lo abbiamo in Italia, per solo merito di anzianità, ripeto, insegnato alla massa, al Partito nostro, ai Partiti che precedettero il nostro nella evoluzione del socialismo, quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano. Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare, abbiamo portato nella lotta proletaria per la prima volta in Italia – oh! copiammo dall’estero, più avanzato di noi – la suprema finalità del socialismo: la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno Terracini ieri – mi pare ieri – enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quel lo tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, e che però egli vorrebbe sostituire in blocco al vecchio e glorioso programma del Partito socialista. Io posso dunque amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi. Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini, e neppure quella dei mezzi, ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento; è unicamente la valutazione della convenienza di determinati mezzi episodici della lotta. La violenza, che per noi non è un programma, non può e non deve essere un programma, che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare – i cosiddetti comunisti puri, chiamateli come volete – che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana. E da ultimo, altro segno di distinzione, il proposito della costrizione del pensiero all’interno del Partito, la persecuzione dell’eresia, da cui nasciamo; nostra madre, o figliuoli, o fratelli carissimi, come direbbe un predicatore, (ilarità), la persecuzione della eresia nell’interno del Partito, che fu l’origine e la vita stessa del Partito, la sua forza rinnovatrice ad ogni istante, la garanzia che esso possa lottare contro tutte le forze intellettuali e materiali che gli si parano di fronte. Tutte forme queste – violenza, culto della violenza, dittatura del proletariato, persecuzione dell’eresia – che si risolvono in una sola: nel culto della violenza interna, dirò così, e esterna, e che hanno un solo presupposto – semplifichiamo la questione nella quale è il vero punto di ogni divergenza – e cioè quello – che per noi è l’illusione – che la rivoluzione sociale, intendiamoci, non una rivoluzione politica, che abbatte e cambia sistema, sia il fatto volontario di un giorno o di un mese o di qualche mese, sia l’improvviso alzarsi di un sipario, il calare di uno scenario nuovo, sia il domani di un post-domani di un calendario, mentre il fatto di ieri, di oggi, di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalistica, di cui noi creiamo soltanto la consapevolezza, che noi possiamo soltanto agevolare nei molteplici adattamenti della vita politica, ma non possiamo né creare, né apprestare, né precipitare, che dura da decenni, che si avvererà tanto più presto quanto meno lo sforzo della violenza, quanto meno il culto della violenza provocante, bruta, prematura, e quindi destinata al fallimento, esasperando resistenze avversarie e provocando reazioni e contro rivoluzioni, le ritarderanno il cammino e l’obbligheranno di ritornare su se stessa. Onde è che per noi la via vera, quella dell’evoluzione, è la più breve. Ed è per questo concetto fondamentale, che il concetto praticato ed accettato da noi, sinceramente, con tutta la devozione, la dedizione e l’umiliazione del nostro particolare concetto, il concetto della sottomissione alle deliberazioni del Partito, del nostro appartarci quando non possiamo cooperare, per dovere di coscienza, ma non vogliamo attraversare, concetto con cui il compagno Serrati chiudeva poche ore fa il suo discorso, formidabile discorso, questo concetto di disciplina nell’azione con la libertà del pensiero, della discussione e della critica, noi lo accettiamo sinceramente, ma dovrà essere accettato e considerato con un certo grano di sale. Perché, quando comincia l’azione a cui è applicabile la disciplina, e quando finisce? Per chi ha il concetto che l’azione rivoluzionaria sia l’azione di un’ora o di un anno, questo obbligo, a chi non è in quel determinato ordine di idee e che diversificasse nei metodi, di appartarsi, di non parlare, di essere silenzioso nel momento del combattimento vero e proprio non si discute e non si fa della critica, è evidente. Ma chi pensa, come noi pensiamo, che questa rivoluzione vi sia già, che procede per lente conquiste, che dura dei decenni, allora, amico Serrati, allora qui tu per il primo comprenderai che questa massima deve essere accettata con molta considerazione, perché quando questo movimento dura decenni, chi rinunzia alla parola ed al pensiero, non alla solidarietà ad una determinata azione nel momento che si svolge, evidentemente rinnegherebbe sé stesso. Non credo che abbiate piacere di avere dei rinnegati tra di voi, e sarebbe il maggiore tradimento che si farebbe al Partito, e, più che al Partito, alla propria vanità, al proprio interesse, alla propria situazione. Questo culto della violenza, che è agli inizi di tutti i Partiti nuovi, che è lo strascico di vecchie mentalità blanquiste, insaziate, che sembrano sempre tramontate e che risorgono sempre nella vita dei nostri proletari, che il socialismo disperde ed annulla, che la mentalità di guerra – non ne fu la causa unica – ha rinvigorito, per ragioni intuitive e da tutti ammesse, questo culto della violenza non è che un fiore di serra, effimero, che dovrà presto morire. La violenza è propria del capitalismo e delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, e non può essere il principio delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali, redimersi ed imporsi. La violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della propria idea. E rimane tale anche se trionfa per un’ora, se per un’ora sembra trionfare, seminando dietro di sé la reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che diventa controrivoluzione, che diventa vittoria, ad un punto dato, dei comuni nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Si potrebbe citare il cristianesimo, che fu un’enorme espansione di una idea: una forza che diventò misera, falsa, traditrice, ipocrita, nulla, impotente quando si appoggiò ai troni, alle armi, a tutte le forze della violenza. Ma, soprattutto, questa è verità profonda, che voi riconoscerete un giorno: in regime di suffragio universale, ancora non saputo adoperare, ancora incosciente, che dovremmo rendere cosciente, ma che vuol dire: «siete i sovrani, i dominatori», potete fare tutto quello che volete, senza versare una stilla di sangue umano, vostro ed altrui, se con la violenza, che desta la reazione, non metterete il mondo intero contro di voi. Ecco il punto del nostro solo, del nostro vero dissenso, che fu di ieri, che è di oggi, che è di sempre, contro il quale sempre insorgemmo. E al compagno Terracini, che ci ha detto qui ieri, come per coglierci in contraddizione, che se vi è qualcuno che non ha mai fatto appello alla violenza più pazza, tra noi, quegli getti la prima pietra, ebben dico francamente: «compagno Terracini, quel qualcuno eccolo qui!». Purtroppo a noi può dolere, profondamente dolere, che la vita sia diversa da quella che vorremmo, che questa fioritura di socialismo di guerra ci devii, ci divida, ci faccia abbandonare il più rapido raggiungimento della meta a cui aneliamo insieme, ci faccia perdere degli anni preziosi, in cui, facendo forza sulle enormi delusioni della guerra e del dopo guerra, noi avremmo potuto fare avere al proletariato vantaggi enormi, conquiste relativamente rapide e sicure, che noi invece sacrifichiamo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze. Sì, noi lottiamo troppo contro noi stessi, noi lavoriamo troppo spesso per i nostri nemici: noi creiamo la reazione, creiamo il fascismo, creiamo il Partito popolare, intimidendo, intimorendo oltre misura, proclamando con una suprema ingenuità, anche dal punto di vista cospiratorio, la preparazione dell’azione ultima, vuotando del suo contenuto quell’azione parlamentare, che non è l’azione di pochi uomini al di sopra degli uomini, ma che dovrebbe essere la più alta efflorescenza dell’azione comune di tutto il Partito entro i quadri nazionali, e, per accordi reciproci, anche dentro il grande quadro internazionale, che dovrebbe essere appunto la più alta efflorescenza del pensiero e dell’azione, dell’intero Partito, oggi, della intera classe, domani. Noi creiamo la controrivoluzione, e, amici miei, non sempre vi sarà possibile servirvi dell’ombrello Turati. Ma bisogna rassegnarsi al destino, le vie della storia sono piene di cadute e di asprezze, il nostro dovere è di abbreviare quanto più sia possibile il cammino del divenire del proletariato, pronti sempre a mostrargli il pericolo al quale anche per un involontario tradimento dei suoi interessi potrebbe essere esposto, e questo noi lo faremo sdegnosi di ogni popolarità di popolo o di Partito, sicuri nella incrollabile corazza della nostra coscienza di uomini e di compagni. E questo lo abbiamo fatto, lo facciamo, lo faremo assieme con voi, lo faremo anche se fossimo per un momento, per un’ora, per un anno, per quanto tempo sarà necessario, separati da voi o da una parte di voi, questo, lo faremo sempre, perché è l’imperativo categorico della nostra coscienza, la ragione stessa della nostra dignità di vita! Noi siamo figli del Manifesto del 1848. Tutti! Soltanto noi siamo i figli di quel Manifesto, che accettiamo come una cosa che non si accetta come un dogma religioso, ma nel suo spirito, ponendolo nel suo tempo, integrandolo colle revisioni, i perfezionamenti, gli sviluppi che i tempi consigliano e che gli stessi autori e i più autorizzati interpreti del loro pensiero hanno solennemente consacrato nella dottrina. Io citai a Bologna la celebre prefazione alle «Lotte di classe in Francia» di Marx, prefazione del suo continuatore più autorizzato, del suo, non dico braccio destro, ma cervello destro, di Federico Engels, in cui, dopo quasi mezzo secolo dal «Manifesto dei comunisti», se ne faceva dai più autentici interpreti la revisione confessando come, non per gioventù di uomini, ma per la giovinezza del Partito nel tempo essi avessero sopravalutata la possibilità insurrezionale, avessero creduto a ciò che non volevano più. E la potete vedere, questa citazione, negli opuscoli che l’hanno diffusa: è una vera sconfessione del culto della violenza; ed essi confessano che si erano ingannati, che la storia li ha completamente smentiti, e che essa dimostra come le classi che detengono il potere hanno più paura dell’azione legale del proletariato che dell’azione illegale e dell’insurrezione. La légalité nous tue. Per cui essi ci provocano sulle piazze, dove sanno che saremo sconfitti, mentre sanno che nell’esercizio dei mezzi legali essi stessi dovranno rompere la legalità, non noi, la legalità che li uccide, veramente, definitivamente. E si potrebbero, se volessi farvi un lungo discorso, ma non ne ho l’intenzione, e passo subito al secondo punto della mia breve concione, si potrebbero citare altri punti. Non guardiamo una frase di un discorso, di un opuscolo, dobbiamo studiare, e i giovani anche, dobbiamo guardare l’insieme del pensiero marxista, cercare nelle sue monografie, ed allora, leggiamo nella «Guerra civile in Francia», scritta dopo il 1870, leggiamo cosa egli dice quando dichiara che i lavoratori della Comune sapevano che, per raggiungere la loro emancipazione, per raggiungere le forme superiori della società cui tendevano dovevano sostenere delle lunghe lotte ed attraversare una serie di fasi storiche successive che avrebbero trasformato a poco a poco le circostanze e gli uomini, dovevano liberare gli elementi che la vecchia società tiene nel suo seno, per concludere con la derisione delle congiure, col beffeggiare questa borghesia di allora – forse ancora di oggi – che immagina l’Internazionale dei lavoratori come una società segreta di congiure e di complotti, mentre è l’associazione di tutti quanti i grandi interessi umani che si uniscono per la storia nuova. Leggete i «Fondamenti del comunismo» di Engels, dove si annuncia come la sopravvalutazione del grado di maturità per la rivoluzione – in quel senso: la insurrezione di un giorno – sia il difetto di tutti i Partiti, anche il loro difetto, di Engels e di Marx, per le concessioni che dovettero fare i Partiti dal momento che la giovinezza del loro spirito, ecc., e come la storia li abbia smentiti, richiamandoli a inoculare al proletariato la necessità di quella lotta dura, continua, che dopo una conquista ne assicura un’altra, e poi un’altra e solo nei decenni finalmente trionfa. Non voglio fare altre citazioni – se ne potrebbero fare a migliaia – ma non è con delle citazioni che si modifica l’abito mentale di chi ha fatto uno studio per proprio conto. Baldesi citava un discorso di Marx ad Amsterdam, nel 1874, in cui ripeteva le stesse cose. I libri di Marx e di Engels sono pieni dello stesso concetto: la profezia, la modifica nella successiva edizione. Tutti i Partiti giovani sono caduti nello stesso errore, rovinando così la causa che pretendono di servire, il che vi dimostra che noi abbiamo qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso – lui di non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica continuamente le proprie vedute a seconda del le necessita della storia e dell’ora. E vengo, e sarò più breve, al secondo ed ultimo punto della mia dichiarazione di voto: la nota pratica sul terreno pratico. Consentite ancora alla vecchiaia – amici, ho quasi quaranta anni di milizia e di propaganda – di affermarvi un’altra convinzione, che se la parola non fosse lievemente ridicola, potrei anche dire una profezia. Una profezia tanto facile che per me è di assoluta certezza, perché vale a compensarmi anche quando l’asprezza dei vostri contrasti mi amareggia e mi produce quel profondo dolore che tutti quelli che hanno veramente amato il Partito sentono. Ad ogni modo io vi faccio questa profezia da Barbanera, perché, se tra qualche anno la troverete smentita, avrete la gioia di poter dire che ero, non un bagolone, ma certamente un illuso. Tra qualche anno, io non sarò forse più qui, non sarò forse più al mondo, voi constaterete se questo si sia avverato. Questo culto della violenza, che è la fonte di tutti i nostri dissensi, la nota profonda, vera, unica del nostro dissenso, questa possibilità del miracolo, della violenza fisica, esterna, verso le altre classi, interna verso una parte del Partito, della violenza fisica e della violenza morale, perché vi è anche una forma di violenza morale che è perfettamente antipedagogica e dannosa allo scopo: la violenza morale che vuole precipitare le cose al di là del possibile, che vuole violentare le mentalità che non hanno trovato nelle circostanze esteriori – perché dalle cose nascono le idee – la possibilità di usare in dati momenti la violenza, che vuole far camminare il mondo sulla propria testa (secondo la frase con cui Marx definiva la filosofia di Hegel) mentre il grande vanto di Marx è stato di rimettere il mondo sui propri piedi, vi è anche una violenza morale, e il comunismo di Marx e di Engels è la negazione di tutte queste violenze in tutto il mondo, tutto questo tra qualche anno non potrà più esistere. Ma per fermarci all’Italia, che, come evoluzione economica sta tra mezzo a quello che fu la Germania ed a quello che è ancora la Russia, sta come un secolo di mezzo fra due secoli, o anche fra due ere, un medioevo di un evo che per noi è ancora futuro, per fermarci all’Italia, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche punto, simboleggia le varie fasi di pensiero per cui il Partito è passato – oh! vi darò un consiglio che vi farà ridere, ma a torto lo fareste storia che è magnificamente riassunta in un articolo contenuto nel numero di dicembre della «Nuova Antologia» scritto da un nostro avversario, Filippo Meda, con una comprensione storica quale difficilmente noi avremmo avuto – leggetelo quell’articolo – la storia dei nostri Congressi dimostra che la lotta di oggi acuita dalla guerra, inasprita dalle conseguenze della guerra è la lotta che è stata sempre combattuta, e nella quale il culto della violenza rinasce, fu smantellato, demolito, torna a rinascere in varie truccature a seconda del momento e delle circostanze, ma è sempre l’unica lotta che si è combattuta e nella quale sempre il socialismo antico, quello classico, il socialismo che crea le coscienze, le organizzazioni, gli organismi, venuti a poco a poco, per acquisizioni successive, è sempre stato il vincitore, pure avendo l’indomani a combattere la stessa lotta. Non è da oggi che siamo socialtraditori: lo siamo stati per tutta la nostra vita, lo fummo sempre. All’epoca degli scioperi generali – chi non lo ricorda? – di quelli anche economici, a ripetizione, non eravamo noi che difendevamo le ragioni della borghesia perché ci opponevamo a quella perdita di forze, a quell’albuminuria, a quel diabete a cui l’abuso della grande arma dello sciopero sottoposero il Partito e la classe? Il Partito operaio, dal 1880 al 1890, era una reazione utile di fronte al vecchio corporativismo infetto di tutta la lue labourista, l’abuso della casacca, e via via, e noi abbiamo combattuto, cercando di renderlo un Partito politico nel senso moderno della parola, e fummo derisi, sospetti. Abbiamo poi vinto. Nel 1891-ʼ92 il Partito operaio a Milano prima, a Genova poi, si allargava nel concetto del Partito dei lavoratori italiani in senso più alto, più vario, più largo, perché nei lavoratori c’è anche l’operaio dell’intelligenza, il professionale, e via via, e noi imprimevamo nella massa quell’anelito alla conquista del potere politico che oggi ci annuncia Terracini come cosa sua, ed anche allora eravamo segnati a dito come traditori da quell’anarchismo inconscio che c’era nella massa operaia. A Parma nel 1894, quando si creò il Partito socialista con questo nome, la vittoria fu completa e le manette, il carcere, il domicilio coatto ci servirono per far correre avanti a più rapidi passi la concezione politica che era stata prima derisa, vilipesa, sospettata. Era il concetto della conquista del potere contro l’azione che – per carità, non ve l’abbiate a male – chiamerò preadamitica di quel Partito operaio che non ammette che l’azione teorica, che considera la lotta elettorale come un mezzo di propaganda escludendo che si possa pensare alla conquista proletaria del potere. Nel 1892 ci fu la grande lotta a Genova contro gli anarchici, dolorosa anche per noi. Abbiamo vinto, ce ne siamo separati, molti degli anarchici di sentimento che diventarono più colti, più riflessivi a poco a poco tornarono nelle nostre file e contiamo fra essi alcuni dei nostri migliori compagni anche oggi. Forse che ci divideva dagli anarchici la visione della società futura? Ma neanche per sogno! Noi, proiettando la nostra speranza nel l’avvenire, possiamo essere anarchici e l’anarchismo è il più perfetto ideale di società futura, salvo le possibilità graduali. Non era questo quello che ci divideva. Era l’impazienza, il miracolismo, il culto della violenza, queste le sole ragioni di quella lotta nella quale siamo stati vincitori. Dal ʻ94 al ʻ98 ricordate ciò che avvenne? Lo sciopero generale, il primo, la lotta col sindacalismo, lo sciopero di Parma; i vecchi ricordano bene, anche i semi-vecchi. Ebbene, anche allora fu la stessa cosa. lì sindacalismo, l’azione diretta, era il vero sovietismo italiano, solamente tentato all’italiana, era veramente la superiorità degli operai, indipendentemente dalla conquista dello Stato, che doveva imporsi a regnare, – non c’è niente di uguale anche nei fenomeni storici, che pur si riproducono eternamente identici nella storia nell’intimo loro – era il primo sovietismo nostro che precedeva Mosca, eravamo più avanti. E oscillazioni, ritorni, transazioni a josa, fu la stessa lotta che abbiamo combattuto avanti. E venne il ferrismo che era il rivoluzionarismo verbale, era, mi pare, quello che è oggi il graziadeismo.

Mutatis mutandis. Tutto si muta e tutto è uguale. E venne la transazione integralista dell’ottimo Morgari che durò due anni – mi pare – sui nostri palcoscenici di Congresso, che, badate, ebbe i suoi meriti, perché salvò il Partito, in quanto il labriolismo tentava di sommergerlo, ma era una contraddizione in termini, era secondo me… (Interruzioni vivacissime). Non pretenderete che dica le idee di ciascuno di voi. Le direte meglio da voi stessi! …era, secondo me, l’anticipazione di quello che si potrebbe chiamare oggi il serratismo, cioè il comunismo socialista; il socialismo comunista, che è un po’ di qua e un po’ di là (interruzioni), per tenere tutti uniti anche allora, ma che aveva la dissoluzione nel suo seno e si dovette dissolvere due anni dopo. Stessi fenomeni, stesse identiche mentalità, e, oserei dire, gli stessi tipi antropologici e somatologici. Ebbene amici, l’anarchismo di un tempo fu dissolto, fu spazzato via, ma rinasce sempre dalle ceneri o tenta di rinascere. Oggi la guerra lo ha fatto rinascere. Il corporativismo fu dissolto, il sindacalismo fu rigettato, il labriolismo andò al potere (ilarità), il ferrismo fece le capriole che sapete, l’integralismo anche esso sparì, e rimase il nucleo vitale dei socialtraditori, il vile riformismo, il marcio riformismo, per alcuni, il socialismo vero per altri, immortale, invincibile, inesorabile, che può essere minoranza oggi, maggioranza domani, ma che salva il Partito, che conduce la classe, che tesse la sua tela ogni giorno e compie quella dura e tenace fatica di cui parlava Engels nel periodo che vi ho citato, che non fa miracoli, che non si culla nelle illusioni delle cose precipitate, che crea oggi una cooperativa, domani fa un sindacato di resistenza, posdomani si occupa della cultura operaia, senza della quale non usciremo mai da questi dolorosi anfratti, che si impossessa dei Comuni, del Parlamento, di tutti gli organi, a poco a poco, giorno per giorno, che crea lentamente ma sicuramente la maturità delle cose e degli animi, crea lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrare il timone. Sempre socialtraditori, in un momento, sempre vincitori alla fine. Ricordate questo fenomeno. La lotta sarà questa volta più dura, lenta, ma sarà lo stesso l’effetto, e fra qualche anno quando anche mito russo, che avete torto di confondere con la rivoluzione russa, cui applaudo con tutto il quando il mito, quello che è di religioso nei vostri animi, il mito bolscevico, sarà evaporato, quando il bolscevismo attuale o avrà fatto fallimento o sarà trasformato dalla forza delle cose, la nostra vittoria verrà. Quando sotto le lezioni dell’esperienza, e speriamo che non sia troppo dura per l’Italia e non debbano versarsi quei torrenti sanguinosi che si versarono in Ungheria, quando sotto la lezione delle cose voi avrete inteso più che non abbiate inteso ora; quando le vostre affermazioni di oggi saranno da voi stessi onestamente abbandonate e sconfessate; e i Consigli degli operai e dei contadini, a cui non si aggiungono i soldati non so perché, dovranno pur cedere il passo a quel grande Parlamento proletario in cui sarà riassunta tutta la forza intellettuale, politica e tecnica di tutto il proletariato italiano alleato al proletariato di tutto il mondo, solo allora avrete inteso come il fenomeno russo sia un gran de fenomeno storico, ma non nel solo aspetto, forse il più caduco, il meno vitale che voi considerate vedendone l’applicazione puramente tecnica e meccanica, che non sarà possibile e che se poi e possibile ci ricondurrebbe al medioevo, avrete capito – intelligenti come voi siete – che la forza del bolscevismo russo è in un nazionalismo russo che avrà una grande influenza nella storia del mondo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa, ma che è pur sempre una forma di nazionalismo orientale che è conseguenza della necessità statale di trasformare o perire e si aggrappa a noi, al Partito socialista italiano (non si meravigli Serrati se ci domanda di più di quanto non oserebbe domandare all’Inghilterra od alla Francia) si aggrappa a noi disperata- mente per salvare se stesso, che non possiamo seguire ciecamente perché diventeremmo gli strumenti di quel nazionalismo orientale che avrà, ripeto, anche esso la sua grande funzione nella storia del mondo, aprirà l’Oriente alla vita civile e chiamerà la Cina, il Giappone, l’Asia Minore le vecchie razze che sono negli ipogei della storia, alla vita della storia, ma non si può sostituire, né distruggere, né imporre alla Internazionale Maggiore dei popoli più evoluti nel cammino della storia. Il nucleo solito quindi – con questo finisco – che rimane di tutte queste lotte, che sono sempre le stesse nelle diverse forme transitorie e caduche, il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule, che non troveremo mai nelle parole né negli ordini del giorno, per quanto abilmente ponzati con dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione perenne, azione fatale, prima e dopo quella tale rivoluzione che si avvera sempre, nella quale siamo dentro, perché essa stessa, questa azione è la rivoluzione. Azione pacificatrice e unificatrice; non è a caso che in talune plaghe dove l’azione è più rudimentale, l’organizzazione è una speranza, dove non si riesce a mettere assieme una lega di cinquanta individui, non per colpa degli uomini, ma per situazione arretrata economica dell’industria, della civiltà, ecc. – mi pare che l’affermasse Bordiga stesso questa mattina scambiando le rivoluzioni politiche con quelle sociali – non è a caso che proprio in quelle plaghe dove c’è meno azione, ivi sembra che l’estremismo trovi spesso più facile la via, mentre dove avete già un’azione di masse coscienti, dove più impera la Confederazione Generale del Lavoro, ivi trovate la maggiore resistenza, per le necessità organiche di questo movimento che non riuscirete a placare con ordini del giorno né con imposizioni, perché nasce dalle viscere stesse del movimento e dalle sue necessità storiche fatali. Ondʼè che quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in Italia, se vorrete fare qualche cosa che sia rivoluzionaria davvero, che rimanga come elemento di civiltà nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma dopo ci verrete, perché siete onesti, con convinzione, a percorrere completamente la nostra via, a percorrere la via dei socialtraditori, e questo lo dovrete fare perché questo è il socialismo che è solo immortale, che è solo quello che veramente rimane di vitale in tutte queste nostre beghe e diatribe. Dovete fare questa azione graduale, e dovendo fare questa azione, che non può essere che quella, non ce n’è altre e tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore, è reazione, è delusione, dovendo fare questa opera voi dovrete poi anche fare da oggi un’opera di ricostruzione sociale. Io sono già imputato, e dovrei essere oggi alla sbarra, con le guardie rosse accanto, di un discorso pronunziato alla Camera il 20 giugno: «Rifare l’Italia», in cui cercavo di delineare, come lo penso io, il programma di ricostruzione sociale del nostro paese, perché abbiamo parecchio da fare nel nostro paese. Leggetelo. Probabilmente non lo avete letto ed avete fatto male! Leggetelo e vedrete altre profezie e vi accorgerete che questo corpo di reato è il comune programma. Voi temete oggi di costruire per la borghesia. Preferite lasciar crollare la casa comune al conquistarla per voi. Fate vostro il «tanto peggio tanto meglio» degli anarchici. Credete o sperate che dalla miseria crescente possa nascere la rivendicazione sociale: non nascono che le guardie regie e il fascismo, la miseria, l’ignoranza, lo sfacelo. Voi non intendete ancora che questa rivoluzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, sarà il maggior passo, il maggior slancio, il maggior fondamento per la rivoluzione proletaria completa di un giorno. E allora, in quel giorno, noi trionferemo insieme! Io forse non vedrò quel giorno. Troppa gente nuova è venuta per forza di cose, che renderà più aspra e difficile la nostra via, ma indubbiamente si trionferà in quella via; maggioranza, minoranza, non conta niente, non si tratta di numeri, frazione scacciata o frazione tenuta, alleanza di frazione o non, collaborazione di frazioni o non, fortuna di uomini scacciati via o tenuti, tutto questo è ridicolo di fronte alle necessità della storia, tutto questo non ha importanza, ciò che ha importanza è la forza operante, per cui io vissi, nella cui fede onestamente morrò, con voi o senza di voi, uguale sempre a me stesso, e combattendo io resto, e credo nel suo trionfo, con voi, perché questa forza operante è il socialismo.

Ebbene: Viva il socialismo!

Filippo Turati

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