• Lun. Lug 26th, 2021

“Da Livorno al Lingotto”. Presentazione del primo numero del 2021 di Mondoperaio dedicato alla scissione di Livorno e alla storia del Partito comunista italiano.

Da Livorno al Lingotto”. Presentazione del primo numero del 2021 di Mondoperaio dedicato alla scissione di Livorno e alla storia del Partito comunista italiano.

˃˃˃ Raffaele Tedesco

Il primo numero del 2021 della rivista Mondoperaio è dedicato in larga parte al congresso di Livorno del Partito socialista italiano, svoltosi tra il 15 e il 21 gennaio di cento anni fa. Un evento al cui ricordo, ovviamente, non poteva sottrarsi proprio il mensile fondato da Pietro Nenni, perché “fra le numerosissime scissioni che costellano la storia del Psi quella consumata […] nel XVII congresso nazionale del partito fu probabilmente la più drammatica, certo la più gravida di conseguenze di lungo periodo: non foss’altro perché da quella scissione non nacquero, come spesso accade in casi simili, una o più formazioni minori destinate a vivere di vita breve o ad orbitare attorno alla casa-madre. Nacque invece un nuovo partito compatto e agguerrito, con un forte referente fuori dai confini nazionali: un partito che, nelle sue successive e diverse incarnazioni (e anche a prescindere dal suo peso numerico), sarebbe riuscito a condizionare pesantemente la vita del Psi, a insidiarne le basi sociali e culturali, e infine, dalle elezioni del 1948, a privarlo del suo ruolo storico di primo rappresentante delle classi lavoratrici italiane”. Parliamo, ovviamente, del Partito comunista d’Italia, ribattezzato in seguito come Partito comunista italiano. 

Ne viene fuori un dossier molto denso, che tocca tutti i punti nodali della storia del Pci; la quale, comunque la si voglia pensare, è stata importante e condizionante rispetto alla vicenda politica italiana. Non mancano pagine di forte critica al massimalismo largamente presente nello stesso socialismo italiano dell’epoca, nonché di polemica rispetto a quel duello a sinistra, tra Pci e Psi, anch’esso caratteristica peculiare della Prima repubblica, e la cui fine ha coinciso solo con la scomparsa, per motivi e ragioni differenti, dei due principali protagonisti del movimento operaio italiano. 

L’apertura è a firma di Giovanni Sabbatucci (Miseria del massimalismo), il quale esce dagli schemi di una lettura largamente condivisa, secondo la quale la scissione fu un evento infausto, o comunque un errore. Al massimo, secondo l’autore, lo furono invece i tempi e i modi in cui essa si verificò. Ed a testimoniarlo sarebbero gli stessi motivi delle divisioni nel campo socialista di cento anni fa, i quali non coincidevano “con le grandi discriminazioni politiche e ideali allora in gioco (es. democrazia contro dittatura), ma riflettevano contrasti contingenti, condizionati per giunta dall’azione di un fattore ‘esterno’, come le decisioni dell’Internazionale comunista”. 

Queste, per giunta, si presentavano come ultimative e umilianti per il socialismo italiano, avendo tra i ventuno punti vergati da Lenin e Zinov’ev per tutti coloro che aspiravano ad entrare nel mondo bolscevicamente inteso, anche gli imperativi che prevedevano di “rompere in modo incondizionato e assoluto con gli elementi riformisti e centristi” del movimento operaio e di modificare la denominazione del partito, che avrebbe dovuto abbandonare il nome socialista, e sostituirlo con la dizione di comunista. 

Ma lo stesso segretario del Psi, Giacinto Menotti Serrati, recalcitrante almeno su questi due punti, aveva ben presente che il socialismo italiano era di fatto costruito non solo sulle sezioni territoriali, ma soprattutto traeva la propria forza dal sindacato, dalle cooperative e dal municipalismo. E la cifra politica di questo mondo faticosamente messo su era di spiccata marca riformista. Accettare i diktat di Mosca, significava mettere in pericolo gli unici pezzi reali di socialismo costruito in Italia, e che non trovavano alcuna corrispondenza politica con il modello leninista.

Tenendo conto di queste caratteristiche vagamente tradeunioniste del nostro movimento operaio, nonché la presenza di personalità importanti e seguite come Filippo Turati e il gruppo dirigente che a lui faceva riferimento, c’erano, secondo Sabbatucci, i presupposti per una forza riformista, che avrebbe trovato spazio vitale se a Livorno si fosse deciso di “abbandonare il partito senza opporre resistenza, lasciando i serratiani a vedersela con Mosca”. Un partito che, se si tiene conto dei numeri congressuali, presumibilmente sarebbe stato minoritario, ma seguendo un percorso di analisi non meno realista, poteva potenzialmente contare sui due milioni di iscritti dichiarati dalla riformista CGdL (molti di più rispetto agli iscritti al partito). Senza dimenticare le leghe e il blasone derivante dal buon municipalismo socialista.

Dietro all’inerzia dei riformisti ci sarebbe stato, secondo l’autore, anche l’obbiettivo ambizioso di Turati, speculare a quello dei comunisti, e consistente nel “prendere, presto o tardi, il controllo non di una fazione, ma di tutto il partito, ridimensionando drasticamente ‘l’equivoco inerte’ del massimalismo”. Obbiettivo forse non irraggiungibile, in virtù dei tanti consensi guadagnati dai riformisti negli anni in cui furono il principale bersaglio del fascismo. Tanto che, al successivo congresso del Psi svoltosi a Roma nel 1922, il risultato della mozione riformista non era più molto distante da quello ottenuto dai massimalisti.

La tesi di Matteucci può essere riassunta dalle parole di Giacomo Matteotti:” i socialisti (dovevano stare) con i socialisti, i comunisti con i comunisti”. Con ogni probabilità, i riformisti non avrebbero potuto da soli arginare il fascismo. Ma potevano sperare, e con buone ragioni, di conservare una loro chiara identità, con la possibilità di inserirsi nel gioco parlamentare, per tentare di ottenere garanzie migliori rispetto all’osservanza delle regole di convivenza civile in un momento nefasto per il nostro paese, che si inabissava verso la dittatura.

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Il saggio di Paolo Borioni (La lezione di Treves) apre lo spettro del ragionamento su questioni internazionali ed economiche. Parte da una riflessione di Gaetano Arfè secondo cui in quel periodo la lotta era tra “volontarismo contro determinismo, rivoluzione contro evoluzione, rivalutazione del momento autoritario nell’opera di direzione politica delle grandi masse in una fase di rapido movimento, contro il metodo assembleare esplicantesi nei congressi con cui il partito socialista era stato tradizionalmente diretto”, favorendo così anche “l’avventura del sindacalismo rivoluzionario e l’avvento del mussolinismo”. Per Borioni, rispetto all’ascesa della dittatura, una soluzione reale non giunse da nessuna delle parti in lizza a Livorno. La crisi era globale, e le risposte risolutive necessarie e durature per stabilizzare il sistema democratico (almeno in alcuni paesi) sarebbero arrivate solo dopo: negli anni Trenta. 

(1) Dello stesso Matteucci potrebbe risultare interessante, anche per gli sviluppi futuri e delle vicende del riformismo italiano, la lettura del testo Il riformismo impossibile. Storie del socialismo italiano, Laterza, Bari, 1991.

(2) Per una biografia di Claudio Treves, G. SCIROCCO, Treves, Claudio in Dizionario Biografico degli Italiani, 96, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2019.

Infatti, se in quel periodo l’apertura delle istituzioni fu un passaggio fondamentale, perché permise alle masse operaie e socialiste l’ingresso nella vita democratica di molti paesi (esempi ne sono l’avvento dell’allargamento del suffragio come in Italia e Svezia; nuovi assetti costituzionali come nella Germania di Weimar e in Austria); solo questo, di per sé, non era sufficiente a garantire soluzioni strutturali e idonee al riassorbimento delle tensioni sociali su un terreno di democrazia. 

Così l’avvento del fascismo è stato inevitabile, favorito dalla impossibilità di risolvere un problema fondamentali: ovvero, la necessità di regolare il capitalismo in continua instabilità tra liberismo e vocazione imperialista. Ed è Treves, più di Turati, il più conscio del fato che la “forma democrazia” non assicura di per sé stabilità, e che la borghesia non può più essere un’alleata utile a questa causa di ripensamento degli assetti istituzionali in senso più sociale. 

Infatti, in un articolo sulla Critica Sociale, lo stesso Treves aveva posto la sua analisi del dopoguerra nel quadro internazionale, indicando le nuove dottrine economiche che avrebbero potuto mutare un esito nefasto altrimenti già scritto. “Si doveva procedere in un mutamento profondo dell’economia liberale del laissez faire otto-novecentesco e del suo gemello, l’imperialismo”. Ciò che avvenne, sostanzialmente, in paesi nordici come la Svezia, negli Stati Uniti con il New Deal, rimanendo regola valida anche dopo il secondo conflitto mondiale con la costruzione del welfare in Occidente. Perchè, conclude Borioni, “sappiamo che il socialismo democratico vincerà, a sinistra e non solo, operando la seconda svolta, quella non solo che ‘ferma’ la crisi del dopoguerra, ma che avvia la vera riforma del capitalismo con i mezzi indicati da Treves”.

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Il saggio di Marco Trotta (Il primo compromesso storico) ha come punto di partenza temporale l’8 settembre 1943. Una data indicativa, non solo perché l’Italia firma l’armistizio di Cassibile, ma perché è anche il giorno in cui i partiti politici, che durante il Ventennio erano stati estromessi dalla vita politica italiana, cominciano a riprendere la scena pubblica. 

In questo processo riorganizzativo spicca l’iniziativa di Palmiro Togliatti, in un paese spaccato in due. Egli, infatti, propose l’unità antifascista di tutte le forze politiche, rinviando a dopo la fine del conflitto il problema dell’assetto istituzionale dell’Italia. Per Trotta, quella di Togliatti fu una “proposta originale e al contempo egemonica”, in un quadro politico e sociale lacerato, spiazzando non poco azionisti e socialisti, che invece erano decisamente più impazienti e risoluti sostenitori di cambiamenti radicali e repentini. 

Allo stesso tempo, il segretario del Pci comincia ad elaborare il concetto di “democrazia progressiva”, a cui il “partito nuovo” dovrà dedicarsi a conflitto terminato. A fronte di questa inversione di marcia, i socialisti da “socialtraditori” diventano di sobbalzo “amici e fratelli” e le masse cattoliche un interlocutore imprescindibile con cui trovare intese e perseguire azioni comuni.

Lo stalinista Togliatti attuò una vera e propria revisione dell’impianto programmatico del partito, proponendosi come fautore della via italiana al socialismo, di cui il richiamo forte al pensiero gramsciano diventa pietra angolare. Apponendo così una certa distanza tra la sua linea e gli obbiettivi sovversivi che caratterizzavano il comunismo italiano delle origini. Come testimoniato dalle parole di Aldo Moro all’Assemblea Costituente, anche un moderato come lui si disse pronto ad accogliere la proposta togliattiana di assegnare allo Stato la “meta altissima di dare pienezza di vita sociale, politica ed economica alle classi lavoratrici”, iniziando, così, a riecheggiare i primi vagiti di “compromesso storico”. 

(5) Alcuni riferimenti biografici sulla figura di Franco Rodano tratti dal sito dell’enciclopedia Treccani https://www.treccani.it/enciclopedia/franco-rodano_%28Dizionario-Biografico%29/ 

La Dc e il Pci si rileveranno, infatti, le due formazioni che più di tutte le altre saranno espressioni della continuità con il fascismo-regime e “che si appropriano ben presto di forme differenti ma complementari della sua ingombrante eredità”. Raccogliendo entrambi i partiti le aspettative popolari di assistenza sociale. E, soprattutto nel caso del Pci, le attese per una sua “successione totalitaria”.

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A Paolo Pombeni è stato dato il compito di ricostruire la vicenda e le caratteristiche del “Partito nuovo

Già Dossetti, scrive Pombeni, aveva ben capito che l’azione quotidiana del Pci era volta a saldare il partito su delle solide basi territoriali e sociali. Un partito moderno, non di opinione, che mirava a costruire una mentalità unitaria dei suoi iscritti. 

I comunisti, infatti, esprimevano “non solo un programma di partito e di governo, ma una interpretazione di quel che avviene nel profondo: indagine e previsione delle trasposizioni sociali per piegarle alle finalità di partito”. 

Dossetti, che riconosce nei metodi organizzativi comunisti il “pericolo di dittatura; lama di rasoio fra democrazia organica e dittatura”, riteneva comunque che quel modello di “partito nuovo” doveva essere indagato a fondo dal partito cattolico, che era organizzato più come un partito di opinione che di massa. 

Togliatti rompeva (anche se senza clamore) con la vecchia teoria del partito di rivoluzionari di professione o del partito come avanguardia; abbandonando, secondo Pombeni, le tentazioni giacobine e rimanendo legato culturalmente alle esperienze dei Fronti Popolari degli anni Trenta, in particolar modo a quella francese. Furono i comunisti francesi, infatti, a valorizzare il ruolo degli “intellettuali impegnati”, con lo scopo di rompere le barriere tra “classe” e “popolo”.

Già negli anni dell’esilio, il Pcd’I aveva abbandonato l’impostazione completamente settaria tipica del modello bolscevico. Nel 1936, sul giornale del movimento, Stato operaio, comparve l’appello ai “fratelli in camicia nera”, in cui si esprimeva l’auspicio dell’unione fraterna di tutto il popolo italiano, aprendosi “perfino al programma fascista del 1919, insistendo che il Partito comunista era il continuatore e l’erede della tradizione rivoluzionaria del risorgimento nazionale”. 

Ma se da un lato Togliatti inizia negli anni Trenta a elaborare il concetto di “democrazia di nuovo tipo, dall’altro non fa nulla per evitare la violenta repressione attuata dai comunisti verso gli altri esponenti del fronte repubblicano, protrattasi durante la Guerra Civile spagnola. In Spagna il capo dei comunisti italiani ricopriva il ruolo di commissario politico inviato da Mosca.

Togliatti fu di certo abilissimo a gestire il ruolo che si era ritagliato nel creare quella sorta di mito che fu il “fronte antifascista”. Il quale, nel nostro paese, andò in pezzi solo con i fatti ungheresi del 1956, quando i carri armati sovietici entrarono a Budapest per opprimere con la violenza la sommossa popolare contro la dittatura sovietica. 

Il “partito nuovo” trovava la sua ambiguità nell’oscillazione tra una identità “nazionale” e quella rivoluzionaria, capace di usare l’egemonia gramsciana come strumento teorico/pratico utile all’insediamento culturale. E attento, allo stesso tempo, a creare nuovi orizzonti come quello della “democrazia progressiva”: una sorta di tertium genus “che dava modo di convivere, collaborando, ai critici del sistema liberale formatesi nella battaglia antifascista e ai fautori dell’inevitabile avvento della democrazia socialista”. 

Ma il punto focale dell’operazione togliattiana era il tentativo (riuscito) di tenere fuori il Pci dalle secche che un isolamento politico, rispetto al sistema partitico, avrebbe potuto rendere molto probabile. Non era l’abbandono totale del concetto del partito-ghetto, così come inteso nell’universo socialista dell’inizio del ‘900, ma piuttosto la costruzione di un partito che “doveva essere una struttura totalizzante, un mondo a parte in cui il militante, e potenzialmente anche i simpatizzanti, dovevano trovare modo di soddisfare tutte le loro esigenze individuali e sociali […]”.

In un paese come l’Italia, la socialità era un ambito curato non solo dai socialisti. Sia il movimento cattolico, che le vecchie di confraternite, vi dettero molta importanza e non è un caso che i primi obbiettivi della violenza fascista furono proprio i simboli della socialità socialista.

I comunisti capirono subito la forza di questo inquadramento di massa (fatto proprio anche dal regime fascista), che nella pratica integrarono con esperienze di carattere agitazionista. Anche da qui nasce la “doppiezza” di un intero movimento, che si muoveva (con disinvoltura) tra la lotta politico-parlamentare e la tensione rivoluzionaria. Un partito di professionisti: dai parlamentari, agli amministratori locali, passando per i funzionari addetti alla propaganda. “Essere comunisti doveva diventare un carattere socio-antropologico prima ancora che politico”. 

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Come già sottolineato da Pombeni, l’immaginifica idea del “fronte antifascista”, di cui Togliatti fu il principale e spigliato artefice, durò in Italia fino al 1956. Delle vicissitudini legate a questo anno cruciale nella storia del Pci, ne parla Giovanni Scirocco in un saggio, appunto, intitolato “L’indimenticabile 1956”, anno in cui, oltre ai fatti di Ungheria, ci fu anche il XX congresso del Pcus, in cui Nikita Krusciov denunciò i crimini commessi da Stalin in URSS. 

È ancora Togliatti a dare la linea al partito in un momento difficile. E, rispetto alle rivelazioni delle brutalità staliniane, il segretario del Pci critica lo stesso Krusciov per non aver saputo impostare in termini marxisti la critica allo stalinismo. Riaffermando, pur mantenendo ferma la teoria del politicentrismo, la superiorità della società sovietica e i suoi lineamenti democratici e socialisti.

Nenni, invece, di fronte alle rivelazioni provenienti dall’Unione Sovietica, si allontana dall’abbraccio del Fronte Popolare con i comunisti creato nel 1948, trasformandolo in un mero patto di consultazione rispetto alle iniziative politiche da mettere in campo dai due partiti operai italiani. Rompendo poi i rapporti con il Partito comunista pochi mesi dopo il XX congresso del Pcus, quando i sovietici intervennero con i carri armati in Ungheria, per schiacciare la rivolta popolare contro la dittatura sostenuta da Mosca.

Al congresso del Pci, svoltosi nello stesso anno a Roma tra l’8 e il 14 dicembre, Togliatti sostenne l’intervento sovietico come “una dolorosa necessità […] che non si poteva ne doveva evitare senza venir meno all’internazionalismo proletario”. Tra i dissidenti comunisti rispetto alla linea ufficiale del partito ci fu Antonio Giolitti, che da li a poco lascerà il partito e passer al Psi, che cominciava la sua battaglia ideologica e politica per l’autonomia, avviandosi verso il primo centrosinistra, di cui lo stesso Giolitti fu uno dei più importanti protagonisti.

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Simona Colarizi (Il declino) analizza la parabola discendente del Partito comunista italiano, visibile certo nei numeri, ma soprattutto, sottolinea la professoressa, come fatto conseguente di ritardi ed errori politici gravi, che ne misero in luce l’incapacità di dare una lettura adeguata ai cambiamenti sociali che attraversavano l’Italia negli anni Settanta. 

Infatti, nelle elezioni politiche del 1979 il Pci subisce la prima battura d’arresto, rispetto ad una avanzata elettorale che aveva toccato il suo massimo nel 1976. Il declino della forza dei comunisti italiani è per Colarizi legato sostanzialmente con quello della sua stella polare politico-ideologica: l’URSS. 

La società italiana dell’epoca era in forte cambiamento, instradata verso un consumismo di massa, sempre più democratica e meno ideologizzata, e che con più difficoltà poteva trovare un punto di riferimento stabile in un partito comunista che a sua volta trovava in un paese dittatoriale il suo principale alleato e faro ideologico. 

Al contempo, il rinnovamento promesso da Berlinguer, eletto segretario nel 1972, si era tramutato nel compromesso storico, la cui fine aveva portato lo stesso Berlinguer nella palude di una nuova radicalizzazione della linea politica, testimoniata dalla contrarietà all’istallazione degli euro-missili (la risposta messa in campo dall’Alleanza atlantica all’istallazione sovietica degli ordigni SS-20, puntati verso l’Europa occidentale) e allo Sme. E la pur giusta critica del Pci sia all’invasione sovietica in Afghanistan che alla repressione di Jaruzelski contro la dissidenza polacca, non si tramutò mai nel passo decisivo verso la rottura definitiva con il totalitarismo sovietico.

Secondo l’autrice, per tutti gli anni Ottanta, che decretarono anche la fine del comunismo, mancò nel Pci non solo ogni seria riflessione sulle ragioni di tale declino, ma anche il benché minimo ripensamento rispetto agli ideali e ai valori del marxismo-leninismo. 

Questa chiusura sarebbe tra l’altro dimostrata anche dalla rabbiosa reazione che Berlinguer ebbe contro Craxi e il Psi, che quei dogmi aveva invece iniziato a criticare apertamente, invadendo così un campo fin lì quasi sacro e intoccabile per la sinistra. Con un arroccamento del Pci che si fa ancora più serrato quando Natta prende il posto di Berlinguer. E lo fa in un’ottica di totale continuità con il passato. Una continuità testimoniata dai tributi conferiti a Togliatti, definito (ancora) “come il centro motore dello schieramento progressista nazionale e del movimento democratico riformista fin dalla svolta del 1944”. 

(3) Sul revisionismo del Partito socialista italiano si rimanda al Quaderno di Mondoperaio n. 2 del 1975, una antologia di testi che ne ripercorrono un tratto di storia intitolata Il revisionismo socialista. Antologia di testi 1955-1962, a cura di Giampiero Mughini, con prefazione di Federico Coen. 

(4) Il sistema monetario europeo, detto anche SME, entrato in vigore il 13 marzo 1979, sottoscritto dai paesi membri dell’allora Comunità economica europea (ad eccezione del Regno Unito, entrato nel 1990) e cessato di esistere il 31 dicembre 1998 con la creazione dell’Unione economica e monetaria dell’Unione europea, fu un accordo monetario europeo nato per il mantenimento di una parità di cambio prefissata (stabilita dagli Accordi europei di cambio), che poteva oscillare entro una fluttuazione del ± 2,25% (del ± 6% per Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo), avendo a riferimento un’unità di conto comune (l’ECU), determinata in rapporto al valore medio dei cambi del paniere delle divise dei paesi aderenti.

Il Pci non fece nulla per trovasi sincronizzato rispetto alla società post-industriale, che imponeva nuove politiche, con l’individuazione di altrettanto nuove esigenze e conseguenti bisogni. Esemplificativa di tale spiazzamento fu la “Marcia del Quarantamila” quadri della Fiat di Torino, che rendeva palese come il Pci fosse incastrato ancora sulla totale centralità della classe operaia, come baricentro economico e sociale.

Come cieco era il Partito comunista nei confronti dei problemi enormi di carattere finanziario che l’Italia attraversava in quel torno di tempo, intestardendosi nella richiesta del referendum contro il provvedimento che riduceva i punti della scala mobile, e a cui rispondeva politicamente con il vessillo dell’austerità.

Davanti ai problemi della spesa pubblica, il Pci  era solo capace di alzare il grido di accusa verso i governi spartitori di risorse statali, ma dalla cui politica clientelare non poteva tirarsi fuori. Il parametro del giudizio morale, conclude Colarizi, “serviva a coprire il vuoto di analisi sulle trasformazioni economiche e sociali”. 

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Piero Craveri, nel suo saggio (Rodano e l’austerità) ci descrive la figura di Franco Rodano, un cattolico fortemente credente, il cui pensiero ebbe grande influenza nel Partito comunista italiano.

Nel 1943, Rodano guidò il movimento dei Cattolici-comunisti; per poi militare nella Sinistra cristiana (1943-1945). E lo stesso Togliatti, che si era posto il problema della coscienza religiosa rispetto alla militanza politica, ne aveva una forte considerazione. 

Per Rodano il punto di connessione tra principi cattolici e comunismo si salda nel concetto di eguaglianza e in quello di democrazia che ne deriva. Anche nel partito cattolico era presente questo tipo di riflessione al momento della ricostruzione socio-economica del Paese appena dopo la guerra. Ma Rodano era più radicale di personaggi come Dossetti, perché non aveva come punto di partenza una visione interclassista della società. Per lui, infatti, “solo la rivoluzione sociale del comunismo poteva realizzare il necessario punto di partenza dell’eguaglianza e sostanziare la costruzione di una vera democrazia”. 

Dal marxismo mutuava l’analisi sociologica e la definizione della “classe operaia” da cui passa la conquista egemonica del potere politico. Non ne accettava, invece, la filosofia della storia, perché per lui il nuovo mondo dell’eguaglianza non poteva che essere cristiano, pur se il protagonista della storia doveva essere il Pci.

Negli anni Sessanta, la sua analisi si concentra sulla crescita economica capitalistica, di cui coglie la dinamica “distruttiva” e non quella creativa. Vedeva nel portato del capitalismo la consunzione d’ogni premessa morale e religiosa. Le tesi da lui sviluppate sulla Rivista trimestrale ebbero grande eco nel mondo comunista, come su tutta la sinistra. Con esse si travalicava anche la funzione togliattiana del Pci come partito a cui è dato il compito della “transizione al socialismo”. Il partito, infatti, doveva anche dotarsi di una visione “etico-politica”, perché avrebbe dovuto far piazza pulita delle ambiguità del sistema capitalistico e della società consumista.

Secondo Rodano, ogni tipo di rivoluzione doveva mantenere assolutamente carattere democratico e pacifico. La Democrazia cristiana era da lui ritenuto un soggetto politico ormai inadeguato a fare da argine alla società dell’opulenza. 

Gli insegnamenti di Rodano facevano si che il Pci mantenesse una marcata indole anticapitalista, con il compito di attuare una azione trasformatrice della società. 

Berlinguer non poteva raccogliere per intero l’impostazione di Rodano, a partire dalla prioritaria difesa del cattolicesimo. Ma tra i due una convergenza importante si avrà sulla necessità di trovare un accordo con il partito cattolico, sanando così gli effetti della rottura con la tra Pci e Dc nel 1947, insieme alla critica al capitalismo, con la conseguente equivalenza tra questo e il consumismo, che alimentano il concetto di “austerità” berlingueriano.

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Zeffiro Ciuffoletti ricostruisce “Il duello a sinistra: quel rapporto conflittuale tra le due anime del movimento operaio italiano. Le strade di Pci e Psi iniziarono a divaricarsi dal XX congresso del Pcus in cui si resero noti i crimini di Stalin, e divennero incompatibili con i fatti di Ungheria del 1956, di cui abbiamo in precedenza visto. Ampliandosi ancor di più con il Psi al governo del Paese durante il primo centrosinistra, e toccando l’apice del conflitto con l’ascesa di Bettino Craxi alla guida del Partito socialista, che sfidò i comunisti sul loro terreno prediletto: l’egemonia culturale. 

Questo scenario, quindi, trova la sua cornice più definita negli anni Settanta, caratterizzata prima dal venir meno della “logica di Yalta”; poi, dopo una prova di distensione tra i blocchi con il Trattato di Helsinki del 1975, ci fu una nuova recrudescenza della Guerra Fredda con l’appoggio da parte di Breznev alle guerriglie in America centrale e con l’intervento armato sovietico in Afghanistan, con infine il dispiegamento dei missili SS-20, puntati verso l’Occidente. Con l’aggiunta delle conseguenze planetari dovute allo shock petrolifero che, per un’Italia che pagava un dazio già alto grazie ad un sistema consociativo sempre più inerte, inefficiente e costoso, furono pesantissime. Senza dimenticare che il nostro Paese era destabilizzato dall’offensiva del terrorismo, che portò al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. 

Uscito fuori dalla logica dei governi di unità nazionale, di cui Berlinguer e Moro furono i principali attori, il Pci si trovò in sostanza senza una via politica alternativa. Mentre Craxi invece poteva contare su una situazione in cui la minorità dei numeri era compensata da una possibilità di politiche più corsare e alternative, come nel caso della critica al compromesso storico e un atteggiamento di apertura verso la trattativa per liberare Aldo Moro, contrariamente all’atteggiamento di chiusura del Pci, fermo sulla sponda della fermezza verso i brigatisti.

(6) La conferenza di Jalta fu un vertice tenutosi dal 4 all’11 febbraio 1945 presso Livadija (3 km a ovest di Jalta), in Crimea, durante la Seconda guerra mondiale, nel quale i capi politici dei tre principali paesi Alleati presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull’assetto futuro della Polonia, e sull’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La conferenza era identificata nei documenti segreti con il nome in codice “Argonaut”. I tre protagonisti furono Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin, capi rispettivamente dei governi degli Stati Uniti d’America, del Regno Unito e dell’Unione Sovietica.

(7) Per quanto riguarda la critica del sistema sovietico da parte socialista da segnalare il Quaderno di Mondoperaio n. 1 del 1974 intitolato Tra Stalin e Breznev.

(8) Sul caso Moro: (a cura di) G. ACQUAVIVA e L. COVATTA, Moro-Craxi. Fermezza e trattativa trent’anni dopo, Marsilio, Venezia, 2009 e (a cura di) Nuovi studi sul sequestro Moro, Fabrizio Serra editore, 2010.

Il saggio su Proudhon di Craxi, pubblicato sull’Espresso nel mese di agosto del 1978, fu un vero attacco frontale al leninismo, e allo stesso tempo una rivalutazione del socialismo di matrice libertaria che tenne banco nella disputa politica per molto tempo. 

Fu dalle colonne di Mondoperaio che, negli anni Settanta, partì l’offensiva del Psi contro i dogmi comunisti: “la rivista si trasforma nel laboratorio del nuovo dove si interpreta e si avanzano proposte per il governo di una società tutta da reinventare: dalle riforme istituzionali, alla giustizia, ai diritti umani, ai meriti e ai bisogni, fino alle questioni internazionali diventate centrali nel processo di mondializzazione in corso”. Con un altrettanto convinto e deciso supporto ideale e materiale offerto dai socialisti a tutte le opposizioni che nel mondo combattevano le dittature fasciste e comunista. Fu infatti grazie a Carlo Ripa di Meana e al Psi che si svolse nel 1978 a Venezia la Biennale del dissenso, dedicata alla dissidenza di oltrecortina, in lotta contro il regime comunista.

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Del rapporto tra il Partito comunista e il sindacato, ovviamente con particolare riguardo per la Cgil, parla Giuliano Cazzola (La cinghia di trasmissione), il quale parte dal patto di Roma del 1944, con il quale rinacque il sindacalismo libero della unitaria Cgil ad opera di esponenti Dc, Pci e Psi.

Il patto di Roma, però, non resse alle vicende dell’immediato Dopoguerra e alla conseguente divisione del mondo in blocchi contrapposti, di cui il futuro Muro di Berlino fu il simbolo principale.

 Il Pci rappresentava la parte predominante nella Cgil, dove i socialisti erano minoranza. Ma, come sottolineato da Cazzola, nonostante la forte influenza comunista sulla confederazione, non mancarono, tra partito e sindacato, momenti di tensione anche nel periodo in cui la cinghia di trasmissione ha funzionato meglio. Esempi ne sono stati il Piano per il lavoro lanciato dall’allora segretario della Cgil Di Vittorio, che non pochi mal di pancia fece venire al Pci per la sua chiara marca keynesiana, che non metteva in discussione il sistema capitalistico inviso al mondo comunista. Lo stesso Di Vittorio criticò la repressione comunista degli operai di Poznan nel 1956, e schierò la Cgil, grazie anche agli interventi dei socialisti Santi e Brodolini, con gli insorti di Budapest nello stesso anno, pur se fu poi costretto da Togliatti a fare una parziale marcia indietro.  

(9) B. CRAXI, L. PELLICANI, Il vangelo socialista, Licosia, Ogliastra Cilento, 2017. Sotto il punto di vista della battaglia culturale è possibile ricostruire alcune importanti vicende dai Quaderni di Mondoperaio, dossier monotematici in cui venivano pubblicati tutti gli interventi su determinati temi. Tra questi vanno sicuramente citati il numero 4 del 1976, Il Marxismo e lo stato, sul dibattito aperto nella sinistra italiana sulle tesi di Norberto Bobbio, il numero 7 del 1977, Egemonia e Democrazia, sul dibattito a sinistra riguardante 86 e la questione comunista.  

(10) F. COEN, P. BORIONI, Le cassandre di Mondoperaio. Una stagione creativa della cultura socialista, Marsilio, Venezia, 1999. Sull’argomento si possono consultare anche il numero 12 del 2018 di Mondoperaio, e di S. FEDELI, Primavera socialista. Il laboratorio di Mondoperaio 1976-1980, Francoangeli, Milano, 2012. Nello specifico dei rapporti tra socialisti e comunisti negli anni Settanta e Ottanta, si veda anche (a cura di) Socialisti e comunisti negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2011.

Al comunista Agostino Novella, successore di Di Vittorio, toccò il non facile compito di tenere unita una Cgil che mostrava non pochi sommovimenti interni, dovuti al progressivo allontanamento del Psi dai lidi frontisti, per avvicinarsi, man mano, all’orbita di governo. E la nascita del primo centrosinistra organico sarà fonte di nuove tensioni nel sindacato, con un Pci fiero oppositore della nuova formula di governo che si apre a sinistra 

Altro tema di polemica tra sindacato e partito fu la questione dell’incompatibilità tra cariche di partito e sindacali; una lotta portata avanti dai socialisti della Cgil e ripresa con decisioni dalle altre confederazioni, che in quel momento tentavano l’unità sindacale. E sarà proprio quest’ultima la cruna dell’ago dove il corpaccione della Cgil dovrà passare, cimentandosi nel difficile equilibrio di quelle che erano, invece, le esigenze politiche del Pci.

Luciano Lama, anch’egli nuovo segretario generale comunista della Confederazione rossa, fu uno dei principali protagonisti della Strategia dell’Eur, prodromica ai governi di solidarietà nazionale, il quale sostenne che “il salario non poteva essere una variabile indipendente”, rispetto alla produttività e alle condizioni contingenti del mercato. Ma quando il Pci abbandonò, dopo il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, la strada della solidarietà nazionale, riverberi ci furono anche nel sindacato, mettendosi in pericolo sia la faticosa e precaria strategia di unità sindacale, che si era concretata nella Federazione Cgil-Cisl-Uil, che la stessa Strategia dell’Eur

Come scrive Cazzola, “cominciò un periodo in cui il partito tolse la delega alla Cgil e si mise ad agire in proprio nei confronti dei lavoratori”, con una accentuazione di conflittualità che vide raggiungere il suo massimo nella discussione sul taglio dei punti alla “scala mobile”. 

Nonostante il fatto che Lama avesse tentato sempre di mantenere vivo il dialogo sia con la minoranza socialista cigiellina che con le altre componenti sindacali, le quali erano tutte favorevoli al taglio dei punti del sistema di adeguamento automatico dei salari rispetto all’andamento dell’inflazione, Berlinguer decise di chiedere il referendum per la cancellazione dei decreti del governo Craxi, che avevano lo scopo di abbassare il tetto inflattivo. Sappiamo come finì: ovvero, con la sconfitta dei referendari. E quando Giuliano Amato, allora Presidente del Coniglio, volle cancellare del tutto il meccanismo della “scala mobile”, chiedendo al contempo alle parti sociali di firmare l’accordo del 31 luglio del 1992 su politica dei redditi, lotta all’inflazione e costo del lavoro, si riaprì di nuovo la crisi tra la Cgil e il Pds (erede del defunto Pci), il quale era contrario all’appoggio delle politiche governative. Fu l’allora segretario della confederazione, Bruno Trentin (iscritto al Pds), a superare il blocco, firmando il documento per poi dimettersi, sviando quindi l’attenzione dalle ragioni che avrebbero potuto impedire la risoluzione dell’impasse creata dal Partito democratico della sinistra di Occhetto. 

(11) Sul ruolo dei socialisti nella cultura sindacale, si consiglia la lettura di I socialisti e il sindacato, (a cura di) E. BARTOCCI e C. TORNEO, Viella, Roma, 2017 (presentato su Lavoro Italiano da Roberto Campo, https://www.uil.it/lavoro_italiano/article.asp?ID_Articolo=88)

(12) Con questa ci si riferisce alle risultanze del Congresso della Cgil tenutosi a Roma al palazzo dei congressi dell’Eur nel febbraio del 1978. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi, la moderazione salariale e come contropartita per un programma di investimenti per garantire l’occupazione. 

(13) G. BENVENUTO, A. MAGLIE, Il divorzio di San Valentino, ed. Bibliotheka, Roma, 2016. Si veda anche A. PASSARO, Alla ricerca del salario perduto, Tullio Pironti, Roma, 2014

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Andrea Posseri (La storia e le sue repliche), prendendo a prestito le parole di F. Furet, ci parla della “illusione comunista” che ha sempre fatto “della storia il suo pane quotidiano”. Descrivendoci quel “partito editore” ed “educatore”, che la ridefinisce e rimodella periodicamente “in modo da integrare di continuo nel suo credo tutto quello che accade”.

È ancora Togliatti che struttura il suo partito nuovo come uno strumento che mette a disposizione degli intellettuali per un imponente lavoro culturale, fatto di riviste, case editrici, luoghi di socializzazione e istituzioni. Era importante contribuire “al processo educativo dei militanti e al tempo stesso all’elaborazione del discorso pubblico”.

Il sistema si struttura attraverso cerimonie pubbliche e riti collettivi, dove si esaltavano “eroismi” e “svolte provvidenziali”, con a corredo un vero e proprio calendario di feste comandate.

Con Togliatti la pedagogia si concentra sulla diffusione dell’immagine di Antonio Gramsci, dandogli “un’aura leggendaria”, con una liturgia che arrivò fino a Berlinguer. Senza dimenticare, come esempio della potenza organizzativa del sistema di cui parliamo, che nel periodo tra il 9 novembre 1969 e il 7 novembre 1970, fu proclamato l’anno leniniano in cui si organizzarono ben 2 mila cicli di conferenze, insieme a 18 mila manifestazioni dedicate al leader bolscevico russo.

Anche nel periodo berlingueriano, che coincise con la seconda fase del radicamento del Pci nella società italiana, al partito venne data sempre una veste gloriosa, utilizzando una macchina efficiente basata anche sulla centralità degli enti locali, e sfruttando il grande interesse di massa verso la storia contemporanea negli anni Settanta. 

Ad ogni celebrazione importante, nel partito si valorizzava un aspetto storico-politico diverso, che potremmo definire anche “contingente”, rispetto alle esigenze politiche del momento. Se infatti i festeggiamenti del cinquantesimo anniversario dalla fondazione del Pci furono caratterizzati dalla sottolineatura delle radici nazionali del partito, nel 1981 la riflessione si sposta decisamente sulla “svolta di Salerno” come rinascita del comunismo italiano, interpretata come decisione autonoma del gruppo dirigente comunista, invece che come decisione di Stalin, come in realtà fu. 

Ma un’altra rinascita si sarebbe confezionata anche nel congresso del partito svoltosi nel 1986, e fu identificata nell’VIII congresso del Pci del 1956 (anno dei fatti di Ungheria e del rapporto di Krusciov sui crimini di Stalin), in un processo dove la sua storia “viene dunque letta come una progressiva lotta dei comunisti italiani per rendersi autonomi dall’influenza sovietica e per costruire in Italia un socialismo dal volto umano”.

Una “reinvenzione della tradizione” per una ridefinizione identitaria in cui la valorizzazione di Marx coincide negli anni Ottanta con il progressivo abbandono di Lenin; in cui si riscopre anche la fase girondina della Rivoluzione francese per dare spessore al riavvicinamento del Pci ai partiti progressisti europei, rimuovendo con ciò anche la categoria della “classe”, per far posto alla figura del cittadino. 

Anche Togliatti fa le spese di questi passaggi di cui non viene mai accentuata la cesura con il passato. Infatti, il “Migliore” passa dall’esaltazione riservategli nella ricorrenza dell’ottantesimo genetliaco nel 1973, alle accuse rivolte alla sua figura da Achille Occhetto nel 1988, e secondo le quali Togliatti era inevitabilmente corresponsabile dello stalinismo. Fino ad arrivare alla caduta del Muro di Berlino ed alla completa “smentita della storia”.

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Enrico Morando scrive un saggio intitolato “La fobia dell’alternanza”. Come sappiamo, storicamente il Pci, per via del “fattore K”, ovvero l’appartenenza politica dei comunisti italiani al blocco sovietico, non ha mai potuto entrare in alcun governo del Paese. E una possibile responsabilità governativa, come sottolinea Morando, che del Pci è stato esponente della corrente dei miglioristi, non fu presa neanche in considerazione nel 1976, con un Pci al 34,3% dei consensi e un Psi al 9,6%, pur essendoci numericamente le condizioni per almeno provare a dare all’Italia una alternativa di sinistra. 

Il risultato del voto, anzi, fu preso come un segnale della bontà della strategia del “compromesso storico”. Con questa premessa, Morando vuole significare “la riproposizione di un nodo di cultura politica che il Pci come tale non giungerà mai a sciogliere attraverso una esplicita ‘revisione’ della sua posizione capace di portarlo – in tema di alternanza – alle limpide posizioni di Bernstein, che nel suo I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, nei primi anni del ‘900, aveva ancorato saldamente al concetto di alternanza tra forze diverse la prospettiva del socialismo riformista”. 

È proprio Berlinguer a non voler prendere minimamente in considerazione l’ipotesi di una alternativa a sinistra. “Se decidessimo su una tale soluzione – disse – e facessimo una proposta al Psi in tal senso, la conseguenza immediata e sicura sarebbe una serie di richieste incalzanti da parte dei socialisti nei nostri confronti per farci spostare, passo dietro passo, dalle nostre posizioni politiche e ideali e finire su un terreno, diciamolo pure, socialdemocratico […]. Ma le socialdemocrazie sono una cosa e noi un’altra”. Questo perché, secondo Claudio Petruccioli, altro esponente del vecchio Pci, sarebbe stata implicita (con l’alternativa) una radicale revisione della concezione del socialismo di cui il Partito comunista era portatore: “dal socialismo come socialismo totalmente ‘altro’ rispetto a quello capitalista, al socialismo come processo ininterrotto di cambiamento ispirato da obbiettivi ed ideali di uguaglianza, libertà e solidarietà”. 

Permaneva, insomma, l’idea di socialismo come salto di sistema, che ovviamente va a stridere con ogni principio liberale di normale alternanza delle forze politiche al governo. Il salto doveva essere uno e definitivo, perché lo stesso Berlinguer imputava alla socialdemocrazia di non essere una diga alta abbastanza da impedire “ritorni conservatori e reazionari”. Ed è proprio sul concetto di reversibilità del potere che si trova la faglia culturale, e per giunta antitetica, tra la cultura comunista e quella riformista. 

Purtroppo, neanche la volta di Occhetto nel 1989 sarà foriere del cambio di paradigma culturale, perché essa verrà vista da molti militanti e dirigenti “come mero adeguamento al radicale mutamento di contesto. Un doloroso stato di necessità, cui far fronte non con una radicale revisione degli architravi della loro cultura politica […] ma modificando lo stretto indispensabile, così facendo prevalere gli elementi di continuità su quelli di aperta rottura”. Sostanzialmente una operazione di “salvataggio”, più che un “nuovo inizio”.

(14) Sulla sua figura, alcuni lineamenti biografici tratti dalla enciclopedia Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/eduard-bernstein/ . Del politico socialdemocratico tedesco si segnala anche Socialismo e socialdemocrazia, Bottega dell’Antiquario, Roma, 1905.  

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Quindi, una irriformabilità di fondo del Pci? Su questo aspetto scrive Ernesto Galli della Loggia, con un saggio intitolato non a caso “La svolta impossibile”, chiedendosi perché, tra il 1988 e il 1991 pur essendo matura l’ipotesi di una trasformazione in senso socialdemocratico del Pci, e di una riunificazione con il Partito socialista italiano, ciò non sia realmente accaduto. Certo, sottolinea Galli della Loggia, “l’identità degli organismi storici […] non è un assemblaggio di pezzi scomponibili e ricomponibili […] a piacere […]”. Ma la motivazione per cui questa svolta non ci fu è in un giudizio che l’autore da netto: ovvero, perché “il comunismo non era stato una eresia del socialismo. Era stato un suo nemico sorto con il preciso proposito di farne piazza pulita”. 

Il Partito comunista era nato contrassegnato dall’obbedienza cieca a Mosca, che aveva “teleguidato” la scissione di Livorno, con Lenin che, già in Russia, aveva eleminato con la forza qualsiasi altra entità politica a sinistra, e lo stesso mirava a fare dappertutto ne avesse avuto opportunità. Questo legame rimarrà sempre, testimoniato anche dai fondi che l’Urss recapiterà al Pci fino alla fine. 

Tra comunisti e socialisti, ad ostare ad una possibile unione, c’era “un’opposta visione del mondo”, come un altrettanto “opposta scala di valori”; con un Partito comunista che conservava la convinzione di essere “uno strumento della storia. Il solo in grado di conoscere il suo senso di marcia […]”.

E nel 1989, proprio quegli intellettuali comunisti, così ben usati e inseriti nella macchina culturale del partito, non si mostrarono per nulla favorevoli “a un riorientamento del loro partito in senso socialdemocratico”, perché questo non apparteneva alla loro cultura. E, d’altro canto, sarebbe voluto significare sia il riconoscimento del vituperato saragattismo, che dell’odiato craxismo. 

In questo contesto, per Galli della Loggia, mancarono sia una classe dirigente adeguata alla possibile transizione, che un leader forte, ma allo stesso tempo duttile e capace di far procedere il passo in una precisa direzione. Al momento della crisi del comunismo sovietico, la classe dirigente del Pci era di certo esperta, ma mancava di visione per poter giungere ad una assai, già di per sé, difficile trasformazione. “Tutto insomma – conclude l’autore – per non dirsi socialdemocratici”.

Il dossier annovera anche una parte antologica con scritti e interventi di Filippo Turati, Massimo L. Salvadori e Luciano Cafagna, che sono stati già presentati sul sito dell’Istituto di studi sindacali “Italo Viglianesi”. Nella biblioteca Arturo Chiari dello stesso istituto è possibile, per chiunque voglia, leggere il numero di Mondoperaio di cui abbiamo cercato di darvi il massimo conto. 

(15) https://www.istitutostudisindacali.net/blog/category/livorno-1921/

https://www.istitutostudisindacali.net/blog/category/livorno-1921/

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