• Lun. Set 26th, 2022

“Il tricolore degli Italiani – Storia avventurosa della nostra bandiera”di Maiorino, Marchetti Tricamo, Zagami

7 Gennaio 1797 – Italia: il tricolore italiano viene adottato per la prima volta da uno stato (la Repubblica Cispadana)

bandiera-rep-cispadana
Bandiera della Guardia civica modenese della Repubblica Cispadana

[…] Il tricolore come bandiera nazionale italiana ha il suo luogo e la sua data convenzionali di nascita: Reggio Emilia, 7 gennaio 1797. Fu tenuto a battesimo in uno dei primi comuni dell’Italia prerisorgimentale in cui si respirò una boccata di autonomia, dopo la rivolta contro gli Estensi e la proclamazione repubblicana avvenuta nell’agosto precedente.   Peccato che, a documentare gli avvenimenti, non esistessero cinegiornali, e che anche la macchina fotografica fosse ancora lungi dall’essere inventata, perché oggi ci commuoveremo a rivedere le immagini di luoghi nel cuore della Penisola che fervorosamente anticipavano il clima di speranze e di emozioni della riscossa ottocentesca.

verbale_compagnoni-1797
Estratto del verbale della storica seduta del 7 gennaio 1797, vergato manualmente da Giuseppe Compagnoni

A Reggio e anche nelle altre città emiliane si inneggiava insieme al senso di rinato patriottismo e a due magiche parole, <<libertà e uguaglianza>>, giuntoci come onda di propagazione della rivoluzione francese. Nella vicina Lombardia per la verità, s’erano già viste le prime bandiere tricolori: Napoleone vi aveva messo in piedi una Legione lombarda e una Legione italiana, chiamate a dare manforte ai francesi in guerra contro l’Austria. Ad esse erano stati consegnati tricolori ispirati al vessillo d’oltralpe ma con il verde al posto del blu.   Etano peraltro insegne di semplice rilevanza militare, prive di significato politico.   Adesso invece in Emilia, in fase costituente, i rappresentanti delle popolazioni di Ferrara, Modena, Reggio e Bologna tenevano il congresso di fondazione della Repubblica cispadana e venivano chiamati a scegliersi una bandiera a cui giurare fedeltà.   Erano giorni di discorsi infervorati, esultanza nelle strade, pranzi conviviali patriottici, folle che innalzavano nelle piazze i simbolici alberi della libertà carichi di insegne e simboli della svolta di rinnovamento.

Il ruolo del mass media lo svolgevano come potevano i manifesti e i giornalini che spuntavano dovunque esistessero anche minuscole tipografie.   Anche pittori e illustratori si davano da fare come documentaristi degli avvenimenti più significativi, mentre circolavano gli spartiti che diffondevano, sia pure con improvvisazioni spesso ingenue, le canzoni da intonare in coro.    I messaggeri facevano a cavallo la spola con Milano, dove in quel periodo si trovava Bonaparte, e riportavano i suoi incitamenti a battersi per affermare i principi dell’identità nazionale.   Napoleone, che al marzo 1796  il governo parigino aveva posto alla testa dell’Armèe d’Italie, era il logico e più autorevole riferimento per quanti aspiravano ai nuovi ideali civili.   Le comunicazioni gli venivano indirizzate chiamandolo <<Cittadino generale in capo>> , e trovavano terreno fertile presso  quel proconsole di Francia che aveva urgenza di stipulare alleanze e raccogliere rinforzi per la dura campagna contro gli austriaci.

Un centinaio di deputati erano presenti alla seduta del 7 gennaio, che si aprì a tarda mattinata nella sala tutta colonne e palchetti di un palazzo costruito come archivio dei documenti ducali. Nei giorni precedenti s’era verificata qualche difficoltà, di quelle che oggi definiremmo <<all’italiana>>: i deputati di Ferrara, Modena e Reggio minacciavano d’andarsene, sentendosi prevaricati, come poteri, da quelli bolognesi.   La querelle s’era fortunatamente risolta con un abbraccio all’insegna dell’unità, approvando un testo in cui si stabiliva che le quattro popolazioni formassero <<un Popolo solo, anzi una sola famiglia>>.

Era appena giunto, al presidente dell’assemblea Carlo Facci, l’ultimo esaltante messaggio di Napoleone, in cui si assicurava che gli italiani si trovavano in posizione più felice dei francesi, per la prospettiva di conquistare la libertà senza una rivoluzione cruenta come quella che oltralpe si era resa necessaria per ottenere la Costituzione. Il Generale invitava dunque gli italiani a riflettere che il loro Paese era stato <<da tempo cancellato dalla lista delle potenze d’Europa>> e li esortava a riprendersi il loro posto creando un’organizzazione militare con <<battaglioni agguerriti e animati dall’entusiasmo sacro della Patria>>. […] pp.25

 

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari

 

Loredana Pietri

Responsabile della Biblioteca si impegna nella sua conduzione per migliorarne i Servizi

Pin It on Pinterest